Coppito, l’Aquila (3)

A Coppito –zona Ovest della città-  c’è il mio campo. Qui cercherò di creare un ambulatorio per le piccole necessità di chi è rimasto, chi non se ne n’è voluto andare sulla costa o nei residence qui intorno: i più anziani, qualche famiglia con bimbi piccoli, quelli che non ne vogliono sapere di lasciare le case, anche se a nessuno è permesso entrarvi. 

L’ambulatorio servirà più avanti anche per le visite del dottor Gallo, uno dei medici di base di questa zona della città, che è ovviamente rimasto senza studio.

Con me  c’è Mariam, meravigliosa infermiera egiziana, abruzzese di adozione, e Carmine, un volontario pugliese tecnico ortopedico, i cui occhi verde acqua hanno lasciato il segno nel cuore delle signore del campo.

Per l’ambulatorio la Pro Loco mi dà la piccola cucina dell’asilo, l’unica struttura antisismica che i vigili hanno consentito di utilizzare. Qui, nelle aule decorate dai disegni dei bambini, dormono 37 persone (ed anche io, sul pavimento dell’ambulatorio). Ma per poco, perché dopo pochi giorni –giusto il tempo di attrezzare l’ambulatorio- nuove verifiche dicono che non è poi così sicuro (ma non sono riuscita a capire se non era sicuro neanche all’inizio oppure se è diventato insicuro per le continue scosse) e quindi ricominciamo daccapo, con un nuovo ambulatorio –stavolta in un container.

La provvisorietà è uno degli elementi essenziali di questa strana vita: nessuno, nemmeno quelli che hanno case che sembrano aver resistito, si affretta a chiedere l’agibilità ai vigili del fuoco. Tutto è precario, non si pensa a che succederà domani. L’unico gesto ossessivo, non appena la terra trema di nuovo, è mettere mano al telefono, chiamare amici, parenti “l’hai sentito? dov’eri?” Si aspetta. “Ormai tengo un radar al posto del culo, se sto seduta ti so dire il grado preciso di ogni scossa”. Così si prova a stemperare l’angoscia.

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