Abruzzo, Statale 17, dal parco della Maiella mi dirigo verso l’Aquila: improvvisamente l’idilliaco paesaggio di montagna è squarciato da una piccola chiesa medievale, sul ciglio della strada, con l’abside crollato insieme ai resti degli affreschi distrutti. E poco più in là una vecchia casa sbriciolata, le cui pietre sono rotolate fino a un passo dalla carreggiata. Un pugno nello stomaco che si ripete più volte, mentre mi avvicino e poi attraverso l’Aquila, una Beirut italiana: un palazzo sembra sia stato torto da una forza titanica, al primo piano incombe su di me una stanza con la parete squarciata. E’ un vecchio soggiorno anni 70: una sedia sospesa tra il vuoto e il pavimento, una specchiera sulla parete verde cupo. Il cervello non riesce ad inquadrare queste immagini, si fissa su quel disordine incomprensibile nel tentativo di classificarlo in una categoria nota. Una violenza cerebrale solo parzialmente attenuata dalle decine di uniformi dei vigili del fuoco, così rassicuranti in questo scenario di guerra, e dalla comparsa di alcune macchie blu, composte, regolari, un sollievo per gli occhi, quasi un campo di boy scout modello. E invece sono le tende del Ministero dell’Interno, i campi sorgono ovunque intorno e dentro l’Aquila.
L’Aquila. O forse Beirut. (1)
Pubblicato 15/04/2009 abruzzo 1 CommentoTags: abruzzo, coppito, terremoto
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