Nel corso del mio servizio in ambulatorio scopro che ci sono persone che non sono venute a stare al campo. Vado a visitare insieme a Carmine una coppia di anziani coniugi con febbre alta e una brutta tosse; la signora è reduce da un intervento molto delicato fatto qualche mese prima, la sua salute mi preoccupa, da giorni dorme in macchina. Non vogliono saperne di lasciare casa, di venire a stare in tenda. Ci metto tutte le mie capacità di convincimento, ma al massimo riesco a ottenere che vengano a mangiare al campo e che si affezionino a me come una figlia; li vado a trovare spesso per essere sicura che guariscano, ma loro sono sempre lì, accanto a quella casa che li terrorizza ma dalla quale non riescono a staccarsi, come una maledizione.
Non sono gli unici. La sera di Pasqua vedo un gruppetto che aspetta di ricevere il brodo caldo in una enorme tinozza da portare nel vicolo sperduto dove abitano. Ci sono altri anziani là, mi spiegano: nessuno vuole lasciare la casa, temono i furti, l’intrusione degli sciacalli, nonostante le blande rassicurazioni delle forze dell’ordine. Hanno mandato via i figli, i nipoti, negli alberghi sulla costa, nei residence, ma loro restano a presidiare quel che resta del focolare. Mentre cerco di mettere insieme un pasto decente per loro, l’agnello avanzato dal pranzo, qualche colomba da portare indietro, mi raccontano di quella notte, di cosa hanno provato. Le storie, sentite innumerevoli volte in questi giorni, sono simili tra loro: dopo la prima scossa, tutti erano all’erta, tutti sono scappati quando è iniziata la scossa vera. Guardo negli occhi di un vecchio e duro montanaro abruzzese, tristi come quelli di un bambino ferito: “Dottoré, ma secondo lei mi passerà mai questa paura, ci riuscirò a rientrare nella mia casa, a dormirci?”
A questi uomini tutti d’un pezzo il terremoto è rimasto dentro, si aggrappano a ciò che è rimasto della loro casa come un naufrago a un relitto, ma ne sono allo stesso tempo terrorizzati; e penso che forse, quel che di più prezioso ha portato loro via il terremoto non è neanche la loro casa, ma la loro fiducia in se stessi, la speranza di una vecchiaia vicina alle cose che li rassicuravano. Cosa ti resta quando sei vecchio e non ti fidi più di entrare in casa tua?
1 Risposta a “Non solo tende (6)”